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Abstract

Primità, somiglianza, abduzione.

La nozione di ‘icona’ in Peirce si può applicare alla musica?

La nozione di iconismo è una delle più fortunate, ma anche delle più fraintese della semiotica, e nel corso degli anni è stata spesso presentata didatticamente e sviluppata teoricamente in modi anche molto lontani da come il suo creatore, Charles S. Peirce, l’aveva intesa. In questo intervento mi occuperò anzitutto di sgombrare il campo da due di questi fraintendimenti, mostrando come: 1) l’iconismo, come categoria generale semiotica, non ha nulla di peculiarmente pertinente all’esperienza visiva; 2) esso non esprime un rapporto tra un’entità extrasemiotica (la nozione di ‘referente’ non può trovar posto in un quadro semiotico coerentemente post-peirceano) e un segno che le assomiglia.

A partire da ciò, si definisce l’iconismo come istituzione di un regime di somiglianze possibili, di cui le somiglianze empiriche sono mera manifestazione. La possibilità è dunque primità: questo termine peirceano designa tutte quelle esperienze dal carattere meramente qualitativo che non possono essere ricondotte ad altro, ma al contrario sono necessariamente supposte da tutto ciò che è determinato e più o meno generale, o simbolico.

La terza parte accenna brevemente ad alcuni possibili ambiti di applicazione di questa idea nel dominio dell’esperienza musicale: la relazione tra voce animale e voce umana, il ripetersi di un tema in una composizione, e la condivisione immediata di abitudini di ricezione e fruizione della musica.